CORONAVIRUS E APPALTI: SOLUZIONI PER LA RIPARTENZA
La ripartenza dopo l’emergenza coronavirus richiederà di affrontare sfide normative in ambito di contratti pubblici, per garantire il rilancio delle attività imprenditoriali.
Se si parte dalle opere in corso di esecuzione, rallentate o sospese per causa del coronavirus, vi sono due profili sui quali bisogna agire con urgenza. La situazione emergenziale ha infatti determinato e determinerà un notevole aumento dei costi per l’impresa legati all’adozione delle misure di tutela anti contagio. Non ci si intende riferire tanto ai maggiori oneri per l’acquisto dei DPI, quanto piuttosto ad un problema, forse sottovalutato, ma rilevantissimo: se davvero si vuole tutelare la salute dei lavoratori, è evidente come il distanziamento sociale debba essere garantito anche al di fuori dell’orario di lavoro, fornendo, a quelli non residenti nel luogo dove si realizza l’intervento, non i tradizionali dormitori montati in cantiere, ma stanze singole in strutture alberghiere o residenziali. Il che determina oneri assai ingenti in capo all’impresa.
Infine, non va sottaciuta la circostanza che vi sono anche altri costi, quali, ad esempio, quelli derivanti dalla minore produttività del cantiere per effetto della rimodulazione dei processi produttivi. Questi ultimi costi non possono essere recuperati con il semplice differimento del termine per l’ultimazione dei lavori, perché a questo differimento si assocerebbe automaticamente quantomeno (e certamente non solo) un incremento percentuale del costo del lavoro.
Se non si vuole dunque che le imprese risolvano i contratti per onerosità sopravvenuta, occorre stabilire (basta una norma) come ripartire la maggiorazione dei costi.
L’unico strumento messo in campo, di cui possono fruire anche le imprese edili, è rappresentato dal riconoscimento di una somma alle imprese per l’acquisto dei DPI. In proposito il Bando “Impresa sicura” pubblicato di recente da Invitalia prevede un rimborso pari ad Euro 500,00 per ogni lavoratore, sino ad un massimale di Euro 150.000,00 per impresa, a copertura dei seguenti costi:
- mascherine;
- guanti in lattice, in vinile e in nitrile;
- dispositivi per protezione oculare;
- indumenti di protezione, quali tute e/o camici;
- calzari e/o sovra scarpe;
- cuffie e/o copricapi;
- dispositivi per la rilevazione della temperatura corporea;
- detergenti e soluzioni disinfettanti/antisettici.
Il punto è che le voci di costo indicate nel Bando sono solo una parte e neanche la più significativa degli oneri che l’impresa deve sostenere per la corretta adozione ed implementazione di un piano anti contagio, tenendo conto proprio delle indicazioni degli Allegati 6 e 7 del DPCM del 26 aprile 2020.
Per quanto riguarda il problema dei cantieri, i cui contratti sono stati stipulati ben prima del coronavirus, ma che sono fermi perché i lavori non sono mai iniziati o si sono bloccati, non è male ricordare, come secondo stime attendibili, il valore di queste opere non realizzate sia pari a circa 62 miliardi di Euro (dato Ance-Relazione del Presidente all’Assemblea del 30 ottobre 2019). Il punto è che il blocco si è avuto, il più delle volte, a causa di errori progettuali che determinano la necessità di una variante. Si sa che le varianti, quand’anche siano ammissibili e vi sia la copertura finanziaria, portano via molto tempo. Bisogna, dunque, semplificare. Occorre prevedere in primo luogo un termine certo entro il quale la stazione appaltante dovrà pronunciarsi sull’ammissibilità della variante (massimo trenta giorni dal momento in cui il problema viene formalizzato dall’impresa). Per prevenire l’insorgere di contenziosi tra la stazione appaltante e l’impresa esecutrice, si deve poi prevedere una sorta di partenariato tra i due attori, nel senso che la redazione del progetto di variante deve essere rimessa all’impresa in tempi rapidi (massimo trenta giorni) con oneri da ripartire in misura pari in capo alla stessa e alla stazione appaltante, cui segue il vaglio e l’approvazione del progetto stesso, sempre entro massimo trenta giorni dalla sua redazione. Infine, bisogna prevedere che l’inerzia dell’impresa nel presentare il progetto di variante comporterà l’impossibilità di chiedere il risarcimento del danno per il ritardo nell’esecuzione dei lavori, come pure nulla sarà dovuto alla stessa per problemi che dovessero insorgere in via di esecuzione (in questo modo l’impresa sarà incentivata a redigere il progetto di variante in tempi rapidi ed in modo corretto). Peraltro anche per questi cantieri, ove si riuscisse a far ripartire i lavori, rimangono ferme le problematiche illustrate nel paragrafo precedente con le relative proposte di soluzione.
Il terzo problema riguarda i tempi necessari per arrivare all’individuazione dell’aggiudicatario con il quale la P.A. stipulerà il contratto d’appalto.
Al riguardo vi è una grande attenzione sulle procedure di gara, individuate come le massime responsabili del dilatarsi dei tempi dell’appalto.
È ragionevole ipotizzare che tale dilatazione non possa che derivare da una incerta gestione dei vari passaggi in cui si articola la fase della progettazione. Del pari è ragionevole ritenere che tale incertezza gestionale sia in ultima istanza imputabile ad una mancanza di qualificazione e di competenze adeguate in senso alla stazione appaltante. Ma su questo aspetto poco si può fare nel breve periodo, se non tentare di valorizzare strumenti che già sono previsti dalla normativa vigente. E così, ad esempio, sarebbe opportuno che la designazione del soggetto verificatore degli elaborati progettuali sia anticipata alla fase del progetto di fattibilità e che vi debba essere un confronto costante tra il progettista ed il soggetto incaricato della verificazione. Per fare ciò potrebbe non essere nemmeno necessaria una modifica normativa, perché, se è vero che l’art. 26 del Codice dei contratti pubblici prevede che la verificazione e la validazione del progetto abbiano luogo al termine dell’attività di progettazione e prima dell’inizio delle procedure di affidamento, non sembra vietato alla stazione appaltante disporre la nomina del verificatore in un momento anteriore ed affidare allo stesso il compito di interloquire con il progettista.
Nel medio-lungo periodo occorre invece puntare sulla riqualificazione e sull’incremento delle capacità progettuali interne alle pubbliche amministrazioni e, almeno per gli interventi di routine o manutentori, sulla messa in attività della centrale di progettazione già prevista dalla normativa, ma non ancora entrata a regime.